Ti aspetto e ti parlo piano

Vaneggiamenti di un padre in attesa

Season 2 Episode 8 – La storia del bimbo coi guanti gialli e del benzinaio psicopatico (Part 3)

Continua dall’ Season 2 Episode 7 – La storia del bimbo coi guanti gialli e del benzinaio psicopatico (Part 2)

…Avrebbe voluto dire che non poteva, che aveva promesso ma quei bimbetti non l’avrebbero bevuta e avrebbero pensato che se la stava facendo addosso. Cosi, mogio per il doversi rimangiare la promessa fatta al nonno, si posizionò sulla linea di porta.

Il nonno Walter stava come sempre dominando a tressette, tra grida ed imprecazioni in dialetto. Alcuni dei vecchietti assiepati alle sue spalle che assistevano tenedosi le braccia conserte, proprio come quando si soffermano a guardare i cantieri stradali, iniziarono a confabulare agitati al vedere un’ambulanza entrare nel parco. A Walter venne un brivido freddo, si alzò e si diresse verso il campetto di calcio dove aveva lasciato il nipote, proprio dove l’ambulanza stava dirigendosi. Si mise a correre ed avvicinandosi vide un capannello di persone e bambini attorno a qualcuno coricato a terra. Facendosi strada tra quella gente vide la conferma di quello che si presagiva. Il nipote a terra col braccio piegato in una piega innaturale, come il collo di un cigno. Bambini intorno urlavano convulsamente all’ambulanza di sbrigarsi, alcuni scappavano disgustati nel vedere quel braccio contorto. Alla vista del nonno con gli occhi sbarrati il bimbo scoppiò in lacrime, più per la consapevolezza di aver mancato di parola che per il dolore. Come la prima volta infatti c’era solo un lieve fastidio.

Solo i Santi del cielo sanno come il cuore del nonno avesse resistito a quella scena. L’avambraccio spezzandosi si era piegato a novanta gradi e con il polso anch’esso ad angolo retto formava una specie di lettera C alla rovescia. I bimbi disgustati che non riuscivano a smettere di fissare e commentavano ad alta voce, altri vecchietti cercavano di tranquillizzare il bimbo « Non preoccuparti, non è mica rotto, è solo una lussazione questa ! ».  Chissà come si sentiva colpevole e responsabile per l’accaduto il nonno, chissà cosa si stentiva dentro.

Il bimbo venne disteso sulla lettiga e trasportato all’ospedale; cinque minuti di viaggio in cui non smise di implorare gli infermieri di non tirargli il braccio da sveglio.

Ancora una volta radio e ulna s’erano divisi in quattro, questa volta passò l’intera estate torrida ed afosa con un gesso pesante che tolse solo ai primi di ottobre.

Ma non era finita lì.

Tornò a giocare a pallone un anno dopo contro il parere della madre che gli intimava di iniziare a suonare la tromba. Testardamente volle tornare nel suo San Lazzaro, lo squadrone di guerrieri spartani del Dalla il quale lo provò da terzino. A distanza di anni si rese conto che aveva fatto quella scelta perché si sentiva il diritto di riprendersi quello che il benzianio gli aveva veramente spezzato, la maglia di Chiesa.

Dopo poche settimane il Dalla lo mise in porta. Il padre, alquanto preoccupato gli prese dei polsini metallici e si fece promettere dal figlio che gli avrebbe sempre indossati. A dicembre, in una sessione di allenamento, aveva dimenticato i polsini magici a casa e nella gara di tiri in porta il centravanti gli spezzò nuovamente l’ulna, la stessa di sempre, mentre il radio aveva tenuto. Lo vide come un segno di miglioramento.

Si ritrovò col solito gesso per altri 40 giorni.

Fu a quel punto cruciale della crescita che le ossa delle braccia gettarono la spugna e si rifiutarono di entrare nella fase di sviluppo. L’ulna doveva averne parlato con le altre ossa del corpo, al punto che entrambe le braccia indirono uno sciopero generale e sospesero la crescita.

Nicolò, ti è piaciuta la storia?

Ti ricordi che ti dicevo che nei Nell’antica ed ormai estinta cultura indiana dei Sioux americani, erano le prove della vita che marcavano il nome di un individuo? Ecco, anche grazie a questa storia che il nome “Braccino” (la versione adolescente del Babbo) prese vita.

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